PERCORSO N.3 -LABORATORIO DI SCRITTURA ITALIANA

Salvatore Coico-Laboratorio di scrittura italiana- Intrduzione-Percorso n.3

La visita di Hitler in Italia nella primavera del1938– La narrazione dell’evento attraverso la comunicazione di tipo giornalistico di I. Montanelli e la sua trasfigurazione inventivo-lirica nel componimento poetico di E. Montale “Primavera hitleriana”

Lo studente, attraverso la lettura comparata dei due testi proposti, argomenti sulle diverse modalità di scrittura e focalizzi le diversificate forme di linguaggio e di tecniche espressive, attraverso le quali i due autori, con riferimento al medesimo evento,attuano il loro processo scrittorio Si enuclei, altresì, la valenza del messaggio,proposto nei due scritti,cogliendone, eventualmente, analogie e differenze.

“Il treno del Fuhrer arrivò la sera 3 maggio 1938, alla stazione Ostiense la cui facciata, come quella degli edifici posti lungo il percorso dell’ospite, era stata ridipinta di fresco. La piazza davanti alla stazione fu ribattezzata, per la circostanza, con il nome di Adolfo Hitler. Schierati lungo i cinque chilometri fino al Quirinale centomila soldati formavano un cordone ininterrotto. Seimila antifascisti, o supposti tali, erano stati messi precauzionalmente in carcere, alcune centinaia di agenti bilingui del servizio di sicurezza tedesco erano stati sguinzagliati a Roma e nelle altre città ove Hitler si sarebbe recato, per garantirne la protezione. Visibilmente seccato, il Fiihrer dovette prendere posto sulla carrozza reale, trainata da sei cavalli, e scortata da corazzieri, che lo portò al Quirinale. Vi salì prima del Re, che se n’ebbe a male, e durante il tragitto – mentre il Colosseo, la via dei Trionfi, l’arco di Costantino avvampavano per le fiamme che si sprigionavano da grandi tripodi – scambiò con l’omino dalla doppia greca che gli stava accanto poche banali battute. Vittorio Emanuele III chiese tra l’altro quanti chiodi avessero gli scarponi della fanteria tedesca, e ciò non contribuì a migliorare l’opinione che Hitler aveva di lui. Per non aver un ruolo di comprimario nella sfilata, il Duce si era eclissato, dopo i saluti alla stazione, e riapparve solo più tardi. Con il Fúhrer era un seguito enorme, circa cinquecento gerarchi nazisti, e tra essi tutti i maggiori, Góring, Goebbels, Ribbentrop, Hess, Himmler. Al Quirinale Hitler fu alloggiato nell’appartamento del Principe di Piemonte, e provocò un certo trambusto, a mezzanotte, quando chiese di avere a sua disposizione una donna. Si accertò presto che voleva soltanto una cameriera che gli riassettasse il letto prima di coricarsi. Nell’antico palazzo, attorniato da aiutanti di campo e nobili, il dittatore tedesco si sentì a disagio. «C’era odore di catacombe», rimarcò Himmler che per quanto lo riguardava era più abituato a quello dei cimiteri. La visita del Fúhrer si protrasse per una intera settimana, fitta di incomprensioni e di acide punzecchiature tra i nazisti e la Casa reale, ma priva di incidenti di rilievo. I nazisti giudicarono concordemente che la Monarchia fosse un ingombrante relitto e il Re un vecchietto noioso circondato da arroganti fannulloni. Vi fu tra loro chi disse chiaramente che sul trono bisognava metterci il Duce, «il Re è troppo piccolo». Per umiliare Vittorio Emanuele III, Hítler si abbandonò, durante i pranzi ufficiali, a sperticati elogi del Duce, che «per me non è soltanto un amico ma è un maestro; non è soltanto uno statista italiano ma un capofila, anche nella nostra rivoluzione». A Centocelle Hitler passò in rivista cinquantamila soldati; nel golfo di Napoli, dalla ammiraglia Cavour, vide immergersi e riemergere nel volgere di meno di due minuti, con perfetta sincronia, novanta sommergibili. Poi vi fu una esercitazione aerea. La grandiosità della messinscena non ingannò i consiglieri militari del Fiihrer, che sapevano quali fossero le condizioni delle Forze Armate fasciste. Una vera spina fu per Hitler, fino all’ultimo, quella della presenza del Re e delle esigenze protocollari che essa comportava. Dopo l’Aida al San Carlo di Napoli era stato costretto a presentarsi alla folla in cilindro e frac, essendogli mancato il tempo di cambiarsi. Se la prese, furibondo, con il suo capo del cerimoniale Vicco von Búlow-Schnante. «Vi rendete conto che mi avete mandato in giro come il Presidente della Repubblica francese?» Quando finalmente poté congedarsi da Vittorio Emanuele III (che lo ricordò come «una specie di degenerato psico-fisiologico») e partire per Firenze solo con Mussolíní, Hítler trasse un grosso respiro di sollievo. Nella Galleria degli Uffizi andò in estasi davanti ai capolavori, e compromise tutti gli impegni previsti dal programma restandovi per quattro lunghe ore (Mussolini intanto sbuffava, impaziente). In viaggio verso Berlino Hitler si sfogò con il Segretario di Stato Weizsàcker: «Non potete immaginare quanto sia felice di tornare in Germania». II malcontento del Fiihrer aveva due cause: da un lato gli pareva inammissibile che Mussolini, per il quale professava una ammirazione sincera, tollerasse la coesistenza del fascismo con la Monarchia, e la subordinazione almeno formale a un fantoccio coronato; dall’altro era a mani vuote, nel senso che non aveva ottenuto quel patto di alleanza con l’Italia che era nei suoi progetti.Ciano temporeggiava,e Mussolini, sostanzialmente propenso all’idea, ne rinviava l’attuazione nell’attesa che essa diventasse popolare. . «Sto lavorando per renderla tale» disse qualche tempo dopo al genero. Assorbito il trauma dell’Anschluss, il Duce non aveva ancora proceduto a una definitiva scelta di campo ma, con accostamenti vistosi e arretramenti impercettibili, si avvicinava sempre di più al punto di non ritorno, quello in cui la sua politica estera sarebbe stata senza reali alternative. I rapporti con l’Inghilterra procedevano attraverso bonacce e tempeste ricorrenti, quelli con la Francia erano ormai sul brutto stabile: «È un popolo rovinato dal­1’alcool, dalla sifilide e dal giornalismo», sentenziava il Duce. La Germania appariva temibile e affascinante, il suo Regime un modello cui ispirarsi e un concorrente con cui competere. Ma egli ancora ignorava che il terribile capo di quel Regime aveva deciso intanto che dovesse suonare l’ora della Cecoslovacchia. ” ( da- Indro Montanelli- Storia d’Ialia-ed.Corriere della Sera-Milano 2003-)

EUGENIO MONTALE

Da “Silvae”

LA PRIMAVERA HITLERIANA

“Né quella ch’a veder lo sol si gira

DANTE (?) a Giovanni Quirini

Folta la nuvola bianca delle falene impazzite

turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette

stende a terra una coltre su cui scricchia

come su zucchero il piede; l’estate imminente sprigiona

ora il gelo notturno che capiva

nelle cave segrete della stagione morta,

negli orti che da Maiano scavalcano a questi renai.

Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale

tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso

e pavesato di croci a uncino l’ha preso e inghiottito,

si sono chiuse le vetrine, povere

e inoffensive benché armate anch’esse

di cannoni e giocattoli di guerra,

ha sprangato il beccaio che infiorava

di bacche il muso dei capretti uccisi,

la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue

s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate,

di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere

le sponde e più nessuno è incolpevole.

Tutto per nulla, dunque? – e le candele

romane, a San Giovanni, che sbiancavano lente

l’orizzonte, ed i pegni e i lunghi addii

forti come un battesimo nella lugubre attesa

dell’orda (ma una gemma rigò l’aria stillando

sui ghiacci e le riviere dei tuoi lidi

gli angeli di Tobia, i sette, la semina

dell’avvenire) e gli eliotropi nati

dalle tue mani – tutto arso e succhiato

da un polline che stride come il fuoco

e ha punte di sinibbio…

Oh la piagata

primavera è pur festa se raggela

in morte questa morte! Guarda ancora

in alto, Clizia, è la tua sorte, tu

che il non mutato amor mutata serbi,

fino a che il cieco sole che in te porti

si abbàcini nell’Altro e si distrugga

in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi

che salutano i mostri nella sera

della loro tregenda, si confondono già

col suono che slegato dal cielo, scende, vince –

col respiro di un’alba che domani per tutti

si riaffacci, bianca ma senz’ali

di raccapriccio, ai greti arsi del sud…… ——————–

( per il commento alla lirica vedi “infra” al sito nella seziome “Percorsi letterari”- “Da Beatrice a Clizia”)———————————————————————

SCHEDA DI LAVORO

LABORATORIO DI SCRITTURA ITALIANA

Prof. Salvatore Coico

Anno acc………………………………………………………………………………………………………………….

Studente…………………………………………………………………………………………..

Corso di laurea laurea…………………………………………………………………………………………………

Matricola…………………………………………………………………………………………………………………..

PROVA SCRITTA

Lo studente, utilizzando le competenze acquisite tramite la partecipazione al corso, tracci un testo argomentativo e/o una recensione. L’argomento può essere compreso tra quelli trattati nel Laboratorio oppure può essere indicato a scelta dallo studente.

Spazio massimo: 30 righe ———Tempo a disposizione: 90 minuti

LABORTORIO DI SCRITTURA ITALIANA-Introduzione- PERCORSI 1 e 2

Salvatore Coico-Laboratorio di scrittura italiana- Intrduzione-Percorso n.1-Percorso n.2

LABORATORIO DI SCRITTURA ITALIANA

Università degli Studi di Palermo

Facoltà di Lettere e Filosofia

INTRODUZIONE AL CORSO

Dagli anni’80 ad oggi molti studiosi si sono interessati al problema della lingua ed, in particolare della scrittura , nell’ambito scolastico ed in quello delle università. Significativi sono al riguardo gli apporti di eminenti teorici del campo, quali Tullio De Mauro e Raffaele De Simone.

Obiettivo comune di queste ricerche è quello di promuovere negli studenti, oltre al miglioramento delle competenze linguistiche ” la sicura conoscenza pratica, orale, scritta della comunicazione nella lingua nazionale” (Guida allo studente-Facoltà di Lettere e Filosofia-Pisa-ed.Plus-2002-p.32)-Modelli di scrittura, presentati con applicazione didattica, sono stati altresì affrontati dagli studi di Hayes Al problema della scrittura, incentrando l’attenzione in particolare sulla tesi di laurea, volge la sua attenzione U.Eco ( U. Eco” Come si fa una tesi di laurea- Milano- Bompiani- 1980) E’ da menzionare in tempi recenti il manuale curato da F. Bruno e Tommaso Raso, ( Manuale dell’italiano professionale- Bologna Zanichelli 2002 ),”che si muove fra l’inquadramento teorico degli argomenti centrali nell’insegnamento della scrittura ( la coerenza, gli atti linguistici, i connettivi, la retorica) e un percorso didattico di riferimento passando per l’analisi di molteplici tipologie testuali” (D.Pietrangalla- L’italiano scritto- Manuale di didattica per laboratori di scrittura- ed. Rubettino – 2005-pag.11).

Questi principi intendo perseguire nello svolgimento del corso.

Si proporranno, infatti,molteplici analisi testuali per poi traferirle, prevalentemente in forma argomentativa, nella produzione scritta.

A livello di strategia didattica privilegerò l’aspetto dialogico al fine di creare, ancora prima della produzione scritta, con gli studenti uno spazio parlante, in cui i testi non sarnno letti, ma come opportunamente ammonisce R. Barhes, saranno interrogati.

L’ “interrogazione”ai testi, svolta in forma complementare da docente e studenti, sarà da considerare momento prodromico alla scrittura, che dovrà essere coesa, ma prevalentemente autonoma ed autentica. La libertà del pensiero e dell’interpretazione, sia pure supportata da idonee tecniche e da chiarezza di idee e da conseguente organicità logica, sarà un obiettivo irrinunciabile. La scrittura,oggi, infatti sul piano formativo non deve essere imbrigliata nelle strettoie di una “Appendix Probi,” ma deve comprendere un linguaggio plurivoco, confacente al mondo di oggi ,che è globalizzato. E se la borghesia , sino a qualche tempo fà, indulgeva a forme di scrittura stilata “sub specie rhethoricae” oggi, invece si tende a forme più immediate ed autentiche di comunicazione.

L’ educazione alla scrittura dovrà tendere a formare il giovane a pensare liberamente, avere una testa, che non sia colma di nozioni inutili, ma “una testa ben fatta”, come arguisce Edgar Morin.

Saper leggere i testi, saper leggere il reale produrrà nei giovani il senso critico, che sarà di poi tutto a vantaggio della produzione scritta.

La rivoluzione “copernicana”, cui oggi assistiamo nell’ambito della rivisitazione della lettura del reale e nell’area della comunicazione , deve trovare un suo possibile approdo anche attraverso una scrittura,

che educhi l’individuo all’autonomia di pensiero, alla libertà delle scelte.

Come opportunamente osserva D.Corno in “Vent’anni di scrittura tra teoria e pratica, a scuola e all’università” -” La pratica della scrittura implica scrivere “testi a partire dai testi”, come capita in più occasioni non solo della vita scolastica, ma soprattutto della vita quotidiana e professionale.”

Si definisce in tal modo il nesso scrittura-vita ( si ricordi la bella pagina di Svevo- La letturalizzazione della vita-)

La scrittura assume in tal modo una valenza cognitiva di primaria importanza e si rapporta ai processi metacognitivi. Scrive P. Boccoli in ( Metacognizione ed educazione diretta da N. Cesa-Bianchi- Franco Angeli ed. Milano 1998 a pag. 199-200) ” Secondo l’approccio cognitivista, produrre un testo scritto , richiede un’attività complessa di problem solving ( soluzione del problema) finalizzata al

raggiungimento di un obiettivo comunicativo : spiegare, raccontare, convincere. La complessità è dovuta al fatto che chi scrive deve tener simultaneamente conto di molteplici aspetti : in termini metacognitivi deve esercitarsi in più forme di controllo.”

In aggiunta al processo,indicato da Hayes e Flower ( pianificazione, trascrizione, revisione), lo studioso insiste sul fatto che nel modello di scrittura sussiste ” un’ esplicita caratterizzazione metacognitiva, che è data dalla funzione monitor, che controlla la relazione tra le tre fasi……….genera idee, stili di scrittura individuali…..garantisce l’unitarietà di scrittura.”

Complessità della conoscenza e metacognitività nel processo scrittorio

sono, quindi, da considerare componenti coessenziali e necessarie per una scrittura autonoma ed organica, non impaludata da orpelli retorici, che hanno inficiato tanta parte della nostra comunicazione letteraria e non,ma che oggi appaiono del tutto desueti, anzi nocivi.

ELEMENTI DI SCRITTURA

RIASSUNTO- PARAFRASI- NUCLEI TEMATICI

Il processo di sintesi è fondamentale nel laboratorio di scrittura perché consente di trattare e pianificare informazioni. Possiamo riferirci al riassunto di un brano di prosa e/o di un racconto o romanzo, alla comprensione di una lirica (parafrasi), all’enunciazione dei nuclei tematici di un testo di storia, filosofia e/o di critica. Nella sintesi devono essere presenti gli aspetti e le caratteristiche fondanti attraverso i quali si snoda il discorso da produrre in forma scritta. Nell’esposizione si deve tenere conto della rilevanza delle informazioni acquisite e della loro successione in ordine logico-compositivo. Alla coerenza logica deve corrispondere la linearità espressiva e l’organizzazione d’idee e concetti in una sintassi corretta. Facendo ricorso altresì ad un appropriato uso dei connettivi la forma espressiva deve essere, oltre che corretta, semplice ed immediata.

Testo argomentativo

Il testo argomentativo è per sua natura complesso in quanto comprende il concetto di problematizzazione. Il testo argomentativo, infatti, mira a dimostrare una tesi e deve essere sostenuto da validità di prove (materiale letterari, storici, critici di diversa tipologia etc……), riferibili all’oggetto della trattazione e selezionate con discernimento critico. L’uso di detti materiali, che diventano competenze conoscitive di chi scrive, devono essere riproposti nel tessuto espositivo con coerenza logica e con pertinenza di strumenti linguistici.

Nel testo argomentativo, infine, possiamo decifrare alcuni elementi fondamentali ed irrinunciabili: il punto di vista (focus), la tesi, gli argomenti, la contrargomentazione, la conclusione (coda), che deve rifarsi al punto di vista (focus), capo del corpus di scrittura.

È opportuno, prima della stesura definitiva, formalizzare una ragionata scaletta da seguire oculatamente nel processo scrittorio.

Articolo

La parola articolo deriva dal latino articulum (nodo, giuntura, articolazione). Nel linguaggio giornalistico la parola assume il significato di parte di un giornale o di una rivista dedicata ad un argomento specifico. Possiamo distinguere tanti tipi di articoli: l’articolo di giornale (detto talvolta anche pezzo in quanto facente parte di un insieme complesso), l’articolo centrale, posto in prima pagina, ma che può continuare all’interno e che contiene il fatto del giorno e che viene altresì denominato articolo di fondo evidenziato in epigrafe dal titolo, dall’occhiello e dal sottotitolo. L’articolo, che assume il secondo posto per rilevanza informativa, si chiama articolo di spalla ed in genere viene collocato a destra. Gli articoli di cronaca possono avere varia tipologia (politica, giudiziaria, economica, sportiva).

In ogni manuale giornalistico per la scrittura di un articolo si rimanda alla legge delle cinque W (who, what, when, where, why) che in inglese traducono le cinque domande. chi, che cosa, quando, dove, perché?

Questa norma si segue in genere pedissequamente quando si tratta di stendere un trafiletto di poche righe, mentre per un articolo di carattere argomentativo l’estensore può servirsi di forme più complesse di scrittura. Qualunque sia la tipologia dell’articolo, tuttavia, si raccomanda l’essenzialità nell’uso dei mezzi linguistici congiuntamente ad una linearità sintattica.

È più congeniale, infatti, all’articolo la paratassi al posto dell’ipotassi. I periodi brevi, come pure la chiarezza del linguaggio, rendono più agevole ed invitante la lettura.

Preminente preoccupazione, invero, dell’autore di un articolo dovrà essere rivolta allo specifico pubblico, cui il testo scritto è demandato.

Ne consegue che i connotatori di un articolo di quotidiano si differenziano dalle peculiarità di quello inserito in una rivista specializzata indirizzata a soggetti lettori evoluti nelle competenze e nella decodificazione testuale.

Il saggio breve

Cercando nel dizionario Devoti-Oli la parola “saggio” troviamo questa definizione: “Esposizione scritta che intende proporsi come il frutto dello studio e dell’approfondimento personale di un tema delimitato di carattere storico, biografico o critico con uno sviluppo massimo che può giungere sino alla monografia. “

La puntuale definizione degli autori del noto vocabolario è rivolta nella fattispecie al saggio inteso in senso classico e che ha costituito le risultanze di ampie indagini critiche sviluppati da studiosi nello specifico delle loro aeree di competenze.

Fatta salva quest’accezione oggi dobbiamo considerare che anche nell’ambito scolastico ed in quello giornalistico si dà sempre maggiore spazio al concetto di saggio breve. Opportunamente annota Tullio De Mauro: Osserviamo che il significato di saggio (quello riportato dai vocabolari) è distinto da quello di saggio come prova per l’accertamento della qualità e della proprietà di qualcosa e anche assaggio, prova dimostrativa (dare saggio di sé e simili).

Lo studioso precisa, inoltre, che oggi per saggio ci riferiamo piuttosto all’etimo tardo-latino” exagium” “peso”da collegare al verbo “exigere” ” pesare, esaminare

In effetti, seguendo l’interpretazione di De Mauro, possiamo affermare che il saggio, cui oggi è stato aggiunto l’aggettivo breve, nell’ottica didattica ed in quella di tipo giornalistica è un assaggio di un lavoro di dimensioni più ampie strumentale per valutare le abilità di discernimento di chi scrive su un argomento attraverso l’esame dei materiali, che ha a disposizione ovvero tramite la dimostrazione di una tesi personale, esposta con coerenza argomentativa.

Invero oggi, nella strategia di un’educazione alla scrittura, si privilegia nell’ambito dell’istruzione secondaria e persino nelle università la trattazione del saggio breve, che, con riguardo alla vita accademica, è per lo studente prepositiva alla stesura della tesi conclusiva di laurea.

Consideriamo, pertanto, il saggio breve prodromico a forme d’indagine più evolute e conseguentemente instrumentum irrunciabile per i processi scrittori, ma anche in questo caso non ne abbiamo definito compiutamente il concetto, in quanto al tempo odierno con saggio breve intendiamo anche qualcosa che, slegato dai vincoli accademici, si lega ai costumi, ai modi di vivere, agli aspetti valoriali della nostra società e all’esistenzialità dell’uomo contemporaneo.

L’autore in tal caso fa uso di una scrittura creativa, non vincolata da schematismi particolari, ed in genere alloca il suo scritto nelle colonne di un giornale d’alto livello. Lo testimonia Pier Paolo Pasolini, autore di appassionati saggi sul costume degli Italiani nel Corriere della Sera.

Tuttora il suo esempio è seguito dalle più illustri firme del giornalismo italiano ed europeo.

Nella storia europea il primo a trattare con sottile spirito critico, ma scevro da ogni accadessimo, temi filosofici, morali, della cultura del suo tempo è stato Michel de Montaigne, autore di una sua opera Essais (Saggi).

Pregresso quanti innanzi e, nel rispetto che ogni tipologia di saggio breve comporta nella sua fase ideativa ed in quella strutturale-compositiva, per esigenze didattiche puntualizziamo alcuni aspetti nodali del saggio breve e le sue fondamentali peculiarità.

La prima domanda che deve porsi l’estensore di un saggio breve è:

Dove e perché si scrive il saggio breve (rapporto mittente- destinatario) Si tratta di una rivista specializzata? Di un giornale a larga diffusione nazionale? Di un giornale di provincia a diffusione locale? Di una consegna proposta in sede di esame di maturità? Di una consegna proposta nell’ambito di un’attività accademica e/o nel Laboratorio di scrittura italiana?

In tutti questi casi gli elementi costitutivi del saggio breve devono essere:

Puntualizzazione dell’argomento Forma /modalità comunicativa (riferibile alla tipologia del saggio) Spazio disponibile (assolutamente necessario per i giornali ovvero se indicato nella consegna del saggio sottoposto all’estensore del medesimo) Tempo disponibile (viene indicato nella consegna) Documentazione disponibile (nel campo giornalistico può essere sostituito da elementi pragmatici (derivanti dalla lettura dei fatti ovvero dall’argomentazioni talora correlate da controargomentazioni dell’autore.)

Ci pare opportuno adesso soffermarci sulla stesura del saggio breve, oggi in uso nelle scuole secondarie, ritenuto di grande rilevanza negli esami di maturità e riproposto nell’ambito accademico ed in particolare nel Laboratorio di scrittura italiana.

Precipua importanza si attribuisce ai fini della stesura del saggio breve alla selezione del materiale a disposizione. Nel caso occorrente allo studente maturando il materiale viene fornito al momento della consegna, in quello riguardante lo studente universitario ci si riferisce ad un percorso di studi e di approfondimenti svolti nell’ambito del corso seguito.

In entrambi i casi è assolutamente necessario cogliere con discernimento critico il fulcro tematico ed i nuclei ideativi-concettuali funzionali alla tesi da dimostrare.

Per una sintassi compositiva organica nasce l’esigenza della scaletta, che aiuta a decidere quali siano le informazioni indispensabili, quali quelle secondarie e/o controargomentative.

La scaletta, inoltre, è funzionale all’ordine logico-cronologico, che deve informare il testo in forma coesa, dall’introduzione alla conclusione.

Il testo, infatti, deve comprendere:

· Introduzione (esposizione del problema di cui trattasi)

· La sua storia (il suo significato, il focus problematico)

· Dove ? Quando? ( Rapporto Tempo- Spazio in senso storico)

· Come? ( le modalità e le strategie critiche adottate per la dimostrazione della tesi proposta)

· Esemplificazione (exempla dedotti da materiali critici o da loci testuali pertinenti)

· Introduzione di un giudizio personale.

· Ricorso ai materiali già utilizzati a sostegno della propria tesi precorrenti la conclusione

· Conclusione : deve rifarsi all’introduzione con riguardo a:

· Alla collocazione nel tempo storico (id temporis)

· Alla dimensione storica metatemporale (messaggio) hic et nunc.

I registri linguistici, che si consigliano sempre chiari e lineari, devono essere correlati alla res argomentativa, che, qualora lo richieda, deve avvalersi di codici e sottocodici linguistici specifici

Il testo alla fine dovrà presentarsi

· Coerente con la traccia

· Coeso al suo interno e logicamente ordinato

· Completo dal punto di vista dell’argomentazione

· Formalmente corretto

· Adeguato dal punto di vista lessicale all’argomento trattato.

La trattazione di un saggio breve, anche deve rispettare in linea di massima le norme suesposte, può avere nel suo sviluppo, anche per la variegata tipologia dell’argomento, una sua flessibilità e pluralità di modi espressivo-compositivi. Si parla, pertanto, di uno schema, cosiddetto flessibile, che si affianca allo schema rigido praticato in particolar modo nel mondo giornalistico. Ed è appunto, per chi voglia affacciarsi a questa dimensione comunicazionale, che riteniamo producente sottoppore tale tipologia, che si esplica nei termini che ci apprestiamo a chiarire e che ci conducono a questa intitolazione: il saggio breve in cinque capoversi.

Al fine di illustrare questo principio chiariamo che il saggio breve in cinque capoversi è un testo informativo/argomentativo a struttura rigida che può essere impiegato quale modello per testi più complessi. Nella sua forma tipica è costituito da cinque segmenti (capoversi) unitari dal punto linguistico,contenutistico, collegati tra loro da frasi-transizione e raccolti in tre sezioni: introduzione, corpo del testo e conclusione. Mentre l’introduzione e la conclusione sono costituite da un capoverso ciascuna, il corpo del testo ne raccoglie tre.

L’introduzione ha il compito fondamentale di presentare l’argomento, oggetto di trattazione, di chiarire quale sia il fine comunicativo dello scrivente e di anticipare la struttura del testo; i tre capoversi del corpo hanno il compito di sviluppare l’argomento in maniera conforme a quanto anticipato nell’introduzione , mentre la conclusione risponde al fine di riepilogare le conclusioni svolte nel corpo del testo.

Lo schema è il seguente:

Introduzione (1 solo capoverso) Corpo del testo (3 capoversi) Conclusione (1 capoverso)

L’introduzione

L’introduzione risponde a più scopi, tra i quali quelli fondamentali sono:

· quello di introdurre il lettore nel testo, stimolandone l’attenzione

· quello di indicare l’argomento di cui si parla

· quello di chiarire, nel caso di un testo argomentativo, quale sia l’opinione sostenuta

· quello di fornire un’essenzialissima esposizione del testo (blueprint)

· quello di introdurre i paragrafi successivi magari con una frase di transizione.

Il capoverso introduttivo si articola pertanto secondo questo schema.

Introduzione, tesa ad interessare il lettore

Presentazione dell’argomento

Presentazione del fine comunicativo

Esposizione della tesi

Presentazione schematica della struttura del testo

Aggancio ai paragrafi successivi.

Il corpo del testo

Il corpo del testo si articola, come abbiamo detto, in tre capoversi. Ogni capoverso, che costituisce l’unità informativo-testuale di base nel saggio breve, ha di norma la medesima struttura .

Una frase-chiave (topic sentence) che costituisce il nucleo informativo-argomentativo del testo e che spesso ne anticipa il messaggio (primo capoverso)

Più frasi in cui si forniscono al lettore informazioni, argomentazioni, controargomentazioni, a supporto della tesi enunciata. Ci troviamo al momento in cui la res argomentativa si sviluppa e prende forma e peso il textus. Di conseguenza per un processo scrittorio esauriente occorre strutturare in forma coesa due capoversi. In effetti abbiamo dato vita al corpo del testo e dobbiamo volgerci alla conclusione. E’ opportuno,allora, che alla fine del terzo capoverso si enunci una frase di transizione che conduce con coerenza logica alla conclusione.

La conclusione

In un testo informativo/argomentativo la conclusione include in genere:

Una ripresa dell’enunciato, con il quale si presentava l’oggetto del discorso

Una ripresa delle informazioni, argomentazioni, controargomentazioni, prove dedotte da materiali di studio e/o da fonti pragmatiche.

Un segmento conclusivo, che indichi il termine del discorso e che deve collegarsi all’introduzione del testo.

La recensione

Cercando la parola recensione nel Dizionario Devoto-Oli leggiamo: 1.Articolo di giornale o di rivista, inteso a illustrare e a giudicare criticamente uno scritto o uno spettacolo, una mostra, un concerto recente e di attualità. 2. In filologia la restituzione di un testo alla lezione, che si presume esatta attraverso la tradizione scritta .

Le sue accezioni sono completamente diverse, ma per proseguire il nostro discorso all’interno del Laboratorio di scrittura italiana, dobbiamo prendere in considerazione soltanto il primo significato del termine.

La parola recensione deriva dal latino “recensio-recensionis”, dal verbo” recensere” “esaminare”.

La recensione ha tipologia analoga a quella dell’articolo e serve ad illustrare e criticare un testo e/o un evento.

L’estensore di una recensione, nel momento di produrla, deve tener presenti queste componenti

a) dove e per chi si scrive la recensione

b) il soggetto da recensire (il focus del testo)

c) quali sono le caratteristiche interne, testuali, dell’argomento da recensire

d) in quale contenitore editoriale (quotidiano, riviste, tv) deve essere inserita la recensione

e) a quale pubblico si rivolge.

Le strategie di scrittura della recensione assumono tre diversificate denominazioni:

1. testo descrittivo

2. testo espositivo

3. testo argomentativo

Nel testo descrittivo vengono rappresentate le caratteristiche esterne di un romanzo, di un film e/o di un prodotto / evento senza proporre un giudizio personale o interpretativo.

Nel testo espositivo l’autore indulge a trattare le caratteristiche interne dell’opera (ad esempio, nel caso di un romanzo puntualizzerà i tratti salienti della trama, nel caso di un film le sequenze più significative, i fondamentali aspetti scenografici, la rappresentatività delle azioni nelle rappresentazioni teatrali e così via).

La stesura di un testo argomentativo,invece, oltre ad una precisa esposizione di dati/ eventi ,relati al testo e/o evento, deve comprendere un giudizio critico coerente alle sequenze espositive.

È d’uopo precisare che in ogni caso all’inizio di ogni recensione bisogna includere i dati materiali, che consentono l’identificazione del testo e/o dell’evento con estrema precisione. ( per es. nel caso di un libro si deve indicare. autore, titolo, editore, anno di pubblicazione, prezzo).

Per quanto attiene alla parte espositiva occorre che l’autore curi l’aspetto riassuntivo dell’argomento trattato colle stesse modalità indicate ed “infra” contestualizzate nel paragrafo : Riassunto-Parafrasi- Nuclei Tematici.

Se l’autore, infine, intende dare alla recensione anche un contenuto critico, con connotazione argomentativa, bisogna perseguire le stesse norme intrinseche al testo argomentativo ed al saggio breve, intercalando nelle singole unità narrative valutazioni ermeneutiche, che preparano il giudizio finale e che, come nel caso delle altre tipologie testuali, deve essere strutturato in forma coesa negli itinerari discorsivi dall’inizio alla conclusione.

IL LAVORO MINORILE NELL”800

Il problema sociale del lavoro minorile venne affrontato dal Parlamento italiano, per la prima volta, intorno al 1880, da parte dei governi della Destra storica. Infatti, veniva proposto un progetto di legge per la riduzione dell’orario di lavoro dei minorenni (allora il lavoro dei minori era permesso e i ragazzi lavoravano sino a quattordici ore al giorno. Qui sotto riportiamo un frammento dell’Inchiesta in Sicilia di L.Franchetti – S.Sonnino, uno dei documenti che cercò di sensibilizzare l’opinione pubblica e soprattutto gli uomini politici di quell’epoca, sul problema dello sfruttamento di bambini e adolescenti nell’Italia post­unitaria; in particolare in questo brano viene posta l’attenzione sul lavoro dei ragazzi, i “carusi”, nelle miniere siciliane, una questione secolare per questa regione.« Il lavoro dei fanciulli consiste nel trasporto sulla schiena del minerale in sacchi o ceste dalla galleria dove viene scavato dal picconiere, fino al luogo dove all’aria aperta si fa la basterella delle casse dei diversi picconieri, prima di riempire il calcarone. È sempre il picconiere che pensa a provvedere i ragazzi necessari per eseguire il trasporto del minerale da lui scavato, fino a dove si formano le casse. Ogni picconiere impiega in media da 2 a 4 ragazzi. Questi ragazzi, detti carusi, s’impiegano dai 7 anni in su; il maggior numero conta dagli 8 agli i l anni. I fanciulli lavorano sotto terra da 8 a 10 ore al giorno dovendo fare un determinato numero di viaggi, ossia trasportare un dato numero di carichi dalla galleria di escavazione fino alla basterella che viene formata all’aria aperta. I ragazzi impiegati all’aria aperta lavorano da 11 a 12 ore. Il carico varia secondo l’età e la forza del ragazzo, ma è sempre molto superiore a quanto possa portare una creatura di tenera età, senza grave danno alla salute, e senza pericolo di storpiarsi. I più piccoli portano sulle spalle, incredibile a dirsi, un peso da 25 a 30 chili; e quelli di sedici a diciotto anni fino a 70 e 80 chili.

Il guadagno giornaliero di un ragazzo di otto anni è di lire 0,50, i più piccoli e deboli lire 0,35; i ragazzi più grandi, di sedici e diciotto anni, guadagnano circa lire 1,50, e talvolta anche lire 2 e 2,50. La vista dei fanciulli di tenera età, curvi e ansanti sotto i carichi di minerale, muoverebbe a pietà, anzi all’ira, perfino l’animo del più sviscerato adoratore delle armonie economiche.

Vedemmo una schiera di questi carusi che usciva dalla bocca di una galleria dove la temperatura era caldissima; faceva circa 40° Réaumur( 50 gradi centigradi). Nudi affatto, grondando sudore, e contratti sotto i gravissimi pesi che portavano, dopo essersi arrampicati su, in quella temperatura caldissima, per una salita di un centinaio di metri sotto terra, quei corpicini stanchi ed estenuati uscivano all’aria aperta, dove dovevano percorrere un’altra cinquantina di metri, esposti a un vento gelido. Altre schiere di fanciulli lavoravano all’aria aperta trasportando il minerale dalla bastarella al calcarone. Là dei lavoratori riempivano le ceste e le caricavano sui ragazzi, che correndo le traevano alla bocca del calcarone, dove un altro operaio li sorvegliava, gridando a questo, spingendo quello, dando ogni tanto una sferzata a chi si muoveva più lento.

LAVORO MINORILE NEL MONDO DI OGGI

È facile incontrarli in Brasile, in Nepal, nelle Filippine. Ancora più facile in India e nel Bangladesh.

Ma non è neppure difficile trovarli molto più vicino. A casa nostra. I bambini che lavorano in Italia sono circa 400 mila e, a dispetto dei luoghi comuni,non sono solo nascosti nel Sud più povero, ma anche nel Nord-Est più opulento, dove il primo comandamento è fare i soldi, altrimenti non sei nessuno.Potrebbero essercene nel capannone alla periferia della vostra città, nel retrobottega di un artigiano del centro, nella cucina del ristorante di prestigio, nello scantinato del palazzo di fronte.Prima Campania, seconda Sicilia, terza Puglia, quarta Lombardia. E’ questa la testa della classifica della vergogna, quella – per regioni – del lavoro minorile. Sono 227 mila i bambini che lavorano nel Sud, 141 mila quelli del Nord, stima la Cgil. Il numero delle bambine si avvicina molto a quello dei bambini: 175 mila contro 200 mila circa. Nel Mezzogiorno i bambini lavorano per conto terzi, nel Centro-Nord più che altro nelle microimprese familiari.

Ed è qui, paradossalmente, che sono più sfruttati: lavorano più ore e più spesso nelle fasce orarie cosiddette “insalubri”, prima delle sette dei mattino, dopo le otto di sera. Viceversa i bambini del Sud cominciano a lavorare più presto: i casi di minori che cominciano a lavorare a 7-8 anni si trovano in Campania e Puglia, non in Lombardia. “Lavoro e lavori minorili” è il titolo della prima inchiesta condotta in un Paese industrializzato sul lavoro minorile (i197 per cento del campione ha un’età tra gli 11 e i 14 anni). L’ha voluta fortemente la Cgil che vi ha dedicato un convegno tenutosi a Roma il 7 Novembre. Era stato Sergio Cofferati, un paio di anni fa, in occasione di un suo viaggio in India, a lanciare il primo allarme. “Guardate che i bambini lavoratori ci sono anche da noi”, disse. Ora sappiamo chi sono, dove sono e che cosa fanno. Aggiustano, controllano, assistono, lavano, puliscono, o comunque non svolgono mai mansioni particolari. Quattro su dieci guadagnano meno di 200 mila lire al mese. Soltanto il quattro per cento va sopra il milione, i baby ricchi. È un fenomeno della modernità, non dell’arretratezza. Molti hanno abbandonato la scuola, ma molti altri sono studenti-lavoratori in pantaloni corti. È il caso dei cinesi. Basta chiedere agli insegnanti: gli scolari – lavoratori sono quelli che si addormentano con la testa sul banco. E hanno tutti gli occhi a mandorla. Accade questo: la notte lavorano per are nelle cantine davanti alla macchina da cucire, non appena si addormentano il guardiano provvede a svegliarli. Se non è la miseria materiale (“devo aiutare papà e mamma”, dice buona parte dei 600 bambini interpellati dai ricercatori), la causa del lavoro minorile è la miseria culturale (“la scuola è tempo perso, i soldi mi servono per farmi il telefonino”, ribatte un secondo gruppo). Di chi è la colpa? La ricerca della Cgil individua tre colpevoli: la famiglia, il territorio, la scuola. (Da un lato i bambini che lavorano sono completamente schiacciati dal modello culturale imposto loro dalla famiglia -dice Anna Teselli – dall’altro non trovano aiuto nella scuola. Abbiamo incontrato direttori scolastici che ragionano in questo modo: quel bambino è meglio se va a lavorare, qui è soltanto di disturbo”. È la vecchia storia del bambino “troppo vivace”.

La necessità di lavoro deprofessionalizzato a costo quasi zero delle imprese del sommerso gioca un ruolo decisivo anche per il futuro dei bvambini-schiavi Che tipo di lavoratori saranno nei prossimi anni? E’ facile prevederlo: lavoratori marginali, precari, nuovamente sfruttati. Se non si interviene la loro vita sarà sempre un calvario. E’ un salto indietro di 250 anni. Non è il 2000, ma l’era della prima rivoluzione industriale in Inghilterra.Da un la to c’è il rutilante mondo della new economy, dall’altro la miniera. Non due paesi separati, ma gente che lavora pressocché gomito a gomito. Renato Soru a braccetto con Dickens e Verga. Comunque se non c’è miseria materiale, c’è miseria culturale. Dice Agostino Megale , presidente dell’Ires-Cgl.:Non si capisce come mai il Parlamento non abbia ancora approvato la legge che impone a tutti i prodotti il marchio dei diritti per certificare che non si è fatto ricorso al lavoro minorile.” I bambini si sono fermati in Senato.

TESTO POETICO

S. QUASIMODO

Da ” La Vita non è sogno”

LAMENTO PER IL SUD

La luna rossa, il vento, il tuo colore

di donna del Nord, la distesa di neve…

Il mio cuore è ormai su queste praterie,

in queste acque annuvolate dalle nebbie

Ho dimenticato il mare, la grave

conchiglia soffiata dai pastori siciliani,

le cantilene dei carri lungo le strade

dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,

ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru

nell’aria dei verdi altipiani

per le terre e i fiumi della Lombardia.

Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.

Piú nessuno mi porterà nel Sud

Oh, il Sud è stanco di trascinare morti

in riva alle paludi di malaria,

è stanco di, solitudine, stanco di catene,

è stanco nella sua bocca

delle bestemmie di tutte le razze

che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,

che hanno bevuto il sangue del suo cuore.

Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,

costringono i cavalli sotto coltri di stelle,

mangiano fiori d’acacia lungo le piste

nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.

Più nessuno mi porterà nel Sud.

E questa sera carica d’inverno

è ancora nostra, e qui ripeto a te

il mio assurdo contrappunto

di dolcezze e di furori,

un lamento d’amore senza amore.

Griglia di analisi dei testi narrativi

A. INVENZIONE

A.1 -Trama,tempi, luoghi, contesto culturale

-come può essere riassunta brevemente la vicenda?

-in quale tempo, in quale luogo si svolge?

-quali aspetti di mentalità e di costume caratterizzano l’ambiente?

A2. Rapporto invenzione/realtà

– la vicenda è verosimile? intende rispecchiare aspetti importanti di una società, di una situazione? se è inverosimile, quali riferimenti contiene alla realtà?

A3. Costruzione dei personaggi –

– in quali modi vengono presentate le caratteristiche psicologiche e sociali dei personaggi?

– quali personaggi sono visti “a tutto tondo” e quali “a piatto”?

A4. Rapporto autore/ narrazione

– a chi appartiene la “voce” che narra?

– come può essere definito il punto di vista narrativo?

– l’autore manifesta i suoi atteggiamenti e giudizi verso ciò che narra? in quali modi?

– c’è un rapporto fra il tempo dei fatti narrati e il momento in cui vengono narrati (prospettiva temporale)?

E DISPOSIZIONE

BI. Intreccio

– la narrazione segue l’ordine temporale della trama o vi introduce

manipolazioni?

– ci sono spostamenti significativi nei luoghi dell’azione?

B2. Ritratti narrativi

– come si distribuiscono descrizioni, analisi, scene, sommari, ellissi narrative? – ci sono variazioni significative nella velocità della narrazione?

B3. Il non detto e lo straniamento

– ci sono aspetti importanti della vicenda, o delle sue motivazioni, che vengono lasciati impliciti?

– ci sono effetti di straniamento?

C ELOCUZIONE

CI. Sintassi

– prevalgono periodi brevi o lunghi, semplici o complessi, la coordinazione o la subordinazione? con quale effetto?

C2. Lessico, figure retoriche

– prevalgono espressioni usuali o ricercate?

– ci sono metafore o altre figure retoriche significative?

C3. Varietà linguistiche

– il registro linguistico tende al formale o all’informale?

– ci sono effetti di lingua parlata? solo nelle battute di discorso diretto o anche nel discorso dell’autore?

– ci sono effetti di linguaggio “poetico”?

– sono presenti espressioni dialettali, o gergali, o dei linguaggi tecnici?

D. INTERPRETAZIONE E COMMENTO

Dl. Tematica e Intenzioni dell’autore

– il testo intende richiamare l’attenzione su questioni di interesse umano generale, al di là della vicenda?

– a quali scopi ha mirato sostanzialmente l’autore? (intrattenere e divertire; persuadere a un’idea, a un principio morale- far conoscere, denunciare, criticare situazioni sociali; esplorare aspetti della realtà umana; sperimentare nuove tecniche narrative; produrre un’opera bella come un fine in sé…)

D2. Contestualizzazione storica

– ricorrono nel testo indizi significativi della personalità dell’autore, della sua poetica, del contesto culturale e letterario in cui ha operato?

– ci sono elementi che caratterizzano l’originalità del testo rispetto alle consuete definizioni storico-letterarie?

D3. Attualizzazione

– per quali aspetti il testo può essere interessante e significativo per un lettore di oggi?

Griglia di analisi dei testi poetici

A. Invenzione

A1 Tematica

la poesia ha un andamento prevalentemente narrativo, o descrittivo, o espressivo di stati d’animo? Se diversi di questi aspetti sono presenti, in quali rapporti stanno fra loro?

-quale spazio rispettivo hanno sentimenti, immagini, concetti? In quali rapporti stanno fra loro? -i motivi hanno un valore simbolico?

-è implicata, e come la dimensione temporale dell’esperienza?

A.2 Realtà ed immaginazione.

-la poesia si riferisce a situazioni verosimili o ad un mondo immaginario? o fonde il reale con l’immaginario?

A.3 Le immagini, definito ed indefinito.

-predomina una visione percettiva (visiva, uditiva etc.)

-prevale una chiara scansione delle immagini o un loro avvicendarsi irrazionalmente?

B. DISPOSIZIONE

-il tema della poesia è uno e semplice, o si articola in diversi aspetti e momenti? -si ha un tono uniforme o una varietà di toni espressivi?

-si può riconoscere che armonizza diversi temi e toni?

ELOCUZIONE

C.1 Sintassi

-prevalgono periodi lunghi o brevi?

– c’è una presenza notevole di frasi nominali?

C.2 Varietà linguistiche

-il lessico è usuale o ricercato?

-come si collocano le scelte linguistiche del poeta rispetto alla lingua poetica tradizionale e ai linguaggi dell’uso comune?

C3 Figure retoriche

-quale rilievo hanno le metafore e le figure retoriche? Sono figure usuali o particolarmente originali?

-le figure servono ad arricchire il l’espressione o costituiscono la sostanza stessa del discorso? -è possibile distinguere un senso letterale e uno figurato, oppure essi sono completamente fusi?

C.4 -si riconosce la ricerca di particolari effetti sonori ottenuti con l’allitterazione e con altre “figure di parole” o comunque con l’insistenza di timbri specifici?

D. METRICA

D.1 Schema metrico

-il metro è tradizionale o libero?- come si pone il poeta rispetto alla tradizione metrica?

E. INTERPRETAZIONE E COMMENTO

E.1 Interpretazione complessiva.

– tra gli aspetti considerati, quali appaiono dominanti e caratterizzanti?

– Quale intento espressivo fondamentale si può attribuire all’autore? (esprimere uno stato d’animo, creare un’opera bella fine a se stessa, sostenere una tesi ideale o morale, continuare o contestare una tradizione letteraria.

E.2 Contestualizzazione storica

-ricorrono nel testo indizi significativi della personalità dell’autore, della sua poetica, del contesto culturale e letterario in cui ha operato?

E.3 Attualizzazione

-per quali aspetti il testo può essere significativo ed interessante per il lettore di oggi?

PERCORSO N.2

-“Lingua” e “parola” nella comunicazione letteraria contemporanea-

-La lezione del dialogo del letterato interprete del mondo e di tutto quanto l’esistente –

In questo percorso sono presenti testi di Svevo, Calvino, Ungaretti ,Montale, Quasimodo, che testimoniano gli aspetti peculiari della “letterarietà”nell’era coeva. Reputando, inoltre, che “filosofia del linguaggio” e “tematiche letterarie” sono componenti collimanti nel panorama della cultura contentmporanea, si riportano,altresì, “loci” di Lacan, Foucault, Heidegger.

Lo studente, attraverso le sue competenze ed utilizzando la documentazione prodotta,esprima,al riguardo, in forma argomentativa,la sua opinione.

I. SVEVO

” La letturarizzazione della vita” “Con questa data comincia per me un’era novella. Di questi giorni scopersi nella mia vita qualcosa d’importante, anzi la sola cosa importante che mi sia avvenuta: la descrizione da me fatta di una parte. Certe descrizioni accatastate,messe da parte per un medico che le prescrisse. La leggo e la rileggo e m’è facile di completarla di mettere tutte le cose al posto dove appartenevano e che la mia imperizia non seppe trovare. Com’è viva quella vita e come è definitivamente morta la parte che raccontai. Vado a cercarla talvolta con ansia sentendomi monco, ma non si ritrova. E so anche quella parte che raccontai non ne è la più importante. Si fece la più importante perché la fissai. E ora che cosa sono io? non colui che visse, ma colui che descrissi. Oh! l’unica parte importante è il raccoglimento. Quando tutti comprendono con la chiarezza ch’io ho tutti scriveranno. La vita sarà letteraturizzata. Metà dell’umanità sarà dedicata a leggere e a studiare quello che l’altra metà avrà annotato. E il raccoglimento occuperà il massimo tempo che così sarà sottratto alla vita orrida vera. E se una parte dell’umanità si ribellerà e rifiuterà di leggere le elucubrazioni dell’altra, tanto meglio. Ognuno leggerà se stesso. E la propria vita risulterà più chiara o più oscura, ma si ripeterà, si correggerà, si cristallizzerà. Almeno non resterà qual è priva di rilievo, sepolta non appena nata, con quei giorni che vanno via e s’accumulano uno uguale all’altro di fronte agli anni, i decenni, la vita tanto vuota, capace solo di figurare quale un numero di tabella statistica del movimento demografico. Io voglio scrivere ancora.”( I. Svevo- Dalle confessioni di un vegliadro-4 aprile 1928-)

I. CALVINO

“Questa letteratura del labirinto gnoseologioco-culturale ……ha in sé una doppia possibilità. Da una parte c’è l’attitudine oggi necessaria per affrontare la complessità del reale, rifiutandosi alle visioni semplicistiche che non fanno che confermare le nostre abitudini di rappresentazione del mondo; quello che è oggi ci serve è la mappa del labirinto la più particolareggiata possibile. D’altra parte c’è il fascino del labirinto in quanto tale, da perdersi nel labirinto, del rappresentare questa assenza di vie d’uscita come la vera condizione dell’uomo. Nello sceverare l’uno e l’altro i due atteggiamenti vogliono porre la nostra attenzione critica, pur tenendo presente che non si possono sempre distinguere con un taglio netto (nella spinta a cercare la via d’uscita c’è sempre anche una parte d’amore per i labirinti in sé; e dal gioco di perdersi nei labirinti fa parte anche un certo accanimento a trovare la via d’uscita).Resta fuori chi crede di poter vincere i labirinti sfuggendo alle loro difficoltà; ed è dunque una richiesta poco pertinente quella che si fa alla letteratura, di fornire essa stessa la chiave per uscirne. Quel che la letteratura può fare è definire l’atteggiamento migliore per trovare la via d’uscita, anche se questa via d’uscita non sarà altro che il passaggio da un labirinto all’altro. E’ la sfida al labirinto che vogliamo salvare, è una letteratura della sfida al labirinto che vogliamo enucleare e distinguere dalla letteratura della resa al labirinto”(I. CALVINO-” La sfida del labirinto”- in Menabò-1962.

S. QUASIMODO

Dal “Discorso sulla poesia” in appendice al “Falso e vero verde” Mondadori 1956

“La storia delle forme come storia “della parola” non esaurisce poi anche quando fosse compiuta, la storia dei poeti. Il poeta è un altro uomo che si aggiunge agli altri uomini nel campo della cultura, ed è importante per il suo “contenuto” (ecco la grave parola) oltre che per la sua voce.Il poeta non dice, ma riassume la propria anima e la propria conoscenza e fa “esistere” questi suoi segreti, costringendoli dall’anonimo alla persona. Quali sono dunque le parole di questi poeti tra le due guerre ? Hanno essi diritto alla patria contemporanea e sono maestri, o sono pellegrini, invece osservanti operazioni di stile, categorie letterarie spente? Nessuno ci ha detto questo, e i critici cifrati (molti tra le due guerre) hanno ripetuto schemi non specifici, similitudini più che immagini di uomini. La poesia è l’uomo e quelle carte enumerate dal “gusto” sono appena un’introduzione al dramma di una parte della storia d’Italia, appunti da svolgere. La logica della fantasia, come critica, non può affrontare la poesia, perché la poesia non misura buone invenzioni, non essendo impegno della menzogna, ma della verità……………………………………………………………….La nuova generazione, dal 1945, sempre per le sue ragioni storiche ……………. reagendo alle poetiche esistenti, s’è trovata improvvisamente senza maestri apparenti per poter continuare a scrivere poesia. Esclusa la tradizione umanistica, di cui ha riconosciuto la maturità, se non l’impassibilità, ha iniziato una condizione letteraria che non potrà che suscitare meraviglia in quanti si interessano alla sorte della cultura italiana. La ricerca di un nuovo linguaggio coincide, questa volta, con una ricerca impetuosa dell’uomo: in sostanza, la costruzione dell’uomo frodato dalla guerra, quel “rifare l’uomo” a cui accennavo appunto nel 1946……………………………………..La posizione del poeta non può essere passiva nella società: egli “modifica” il mondo, abbiamo detto. Le sue immagini forti, quelle create, battono sul cuore dell’uomo più della filosofia e della storia. La poesia si trasforma in etica, proprio per la sua resa di bellezza: la sua responsabilità è in diretto rapporto con la sua perfezione… .

S.QUASIMODO

Da” Erato ed Apollion-1932-36 “Al tuo lume naufrago” ..

Nasco al tuo lume naufrago

sere d’acque limpide.

Di serene foglie

arde l’aria sconsolata.

Sdradicato dai vivi,

cuore provvisorio,

sono limite vano.

Il tuo dono tremendo

di parole,Signore,

sconto assiduamente.

Destami dai morti

ognuno ha perso la sua terra

e la sua donna.

Tu m’hai guardato dentro

nell’oscurità delle viscere:

nessuno ha la mia disperazione nel suo cuore:

Sono un uomo solo,

un solo inferno.-

S. QUASIMODO

Da”La vita non è sogno” 1946/48- Dialogo

“At cantu commotae Erebi de sedibus imis

umbare ibant tenues simulacraque luce carentum,”

Siamo sporchi di guerra e Orfeo brulica/

d’insetti,è bucato dai pidocchi,

e tu sei morta. L’inverno, quel peso

di ghiaccio, l’acqua, l’aria di tempesta,

furono con te/ e il tuono di eco in eco

nelle tue notti di terra. Ed ora so

che ti dovevo più forte consenso,

ma il nostro tempo è stato furia e sangue:

altri già affondavano nel fango,

avevano le mani, gli occhi disfatti,

urlavano misericordia e amore.

Ma come è sempre tardi per amare;

perdonami,dunque. Ora grido anch’io

il tuo nome in quest’ora meridiana

pigra d’ali, di corde di cicale

tese dentro le scorze dei cipressi.

Più non sappiamo dov’è la la tua sponda;

c’era un varco segnato dai poeti,

presso fonti che fumano da frane

sull’altopiano.Ma in quel luogo io vidi

da ragazzo arbusti si bacche viola,

cani da gregge e uccelli d’aria cupa

e cavalli, misteriosi animali

che vanno dietro l’uomo a testa alta

I vivi hanno perduto per sempre

la strada dei morti e stanno in disparte.

Questo silenzio è ora più tremendo

di quello che divide la tua riva

.”Ombre venivano leggere” E qui

l’Olona scorre tranquillo, non albero

si muove dal suo pozzo di radici.

O non eri Euridice? Non eri Euridice!

Euridice è viva: Euridice! Euridice!

E tu sporco ancora di guerra,Orfeo,

come il tuo cavallo, senza la sferza,

alza il capo, non trema più la terra:

urla d’amore,vinci,se vuoi, il mondo.

G.Ungaretti

Ragioni di una poesia in “Gazzetta del popolo” 1930.

” Le mie prime preoccupazioni in quegli anni del dopoguerra-e non mancavamo circostanze a farmi premura-erano tutte tese a ritrovare un ordine anche, essendo il mio mestiere quello della poesia, nel campo, dove per vocazione mi trovo più direttamente compromesso. In quegli anni, non c’era chi negasse che fosse ancora possibile, nel nostro mondo moderno una poesia in versi. Non esisteva un periodico, nemmeno il meglio menzionato, che non temesse, ospitandola, di disonorarsi. Si voleva prosa: poesia in prosa. La memoria, a me pareva, invece una àncora di salvezza: io rileggevo umilmente i poeti che cantano .Non cercavo il verso di Jacopone o quello di Dante, o quello del Petrarca, o quello di Guittone, o quello di Tasso o quello del Cavalcanti, o quello del Leopardi: cercavo in loro il canto. Non era l’endecasillabo del tale, non il novenario, non il settenario del talaltro che cercavo: era l’endecasillabo, era il novenario, era il canto italiano, era il canto della lingua italiana che cercavo nella sua costanza, attraverso voci così numerose e diverse di timbro e così gelose della propria novità e così singolari ciascuna nell’esprimere pensieri e sentimenti: era il battito del mio cuore che volevo sentire in armonia con il battito del cuore dei miei maggiori di una terra disperatamente amata.

G. Ungaretti

Sulla poesia- intervista radiofonica -1951 Nel 1951 la Radio Italiana chiese agli scrittori più noti di presentarsi a una trasmissione in cui chiarire le ragioni della propria attività letteraria fingendo di intervistare se stessi. Riproduciamo due domande e le risposte che Ungaretti si diede in quell’occasione.

Domanda: Vuole dirci, caro Ungaretti, il suo pensiero nei riguardi degli scrittori che affermano la necessità inderogabile di stabilire un equilibrio fra espressione artistica e attività sociale?

Risposta : Non sono i fatti esterni che fanno lo scrittore: è lo scrittore che giudica mediante la propria opera tali fatti, dei quali se é vero scrittore, non può mai essere determinato. Certo, per natura, ogni uomo, e lo scrittore , è nella storia e non fuori della storia; ma se uno scrittore non riesce nella propria opera ad esprimerla, la storia, e a darle l’impronta della sua personalità,è uno scrittore secondario, del quale la storia non terrà conto.Uno scrittore, un poeta, è sempre, secondo me, engagé, impegnato a fare ritrovare all’uomo le fonti della vita morale, che le strutture sociali, di qualsiasi costruzione siano, hanno sempre tendenza a corrompere e a disseccare. Domanda: Quale, dunque, per concludere lo sforzo perenne della poesia? Risposta: La poesia riafferma sempre, è la sua missione, l’integrità, l’autonomia della persona umana. Se essa giungesse un giorno a vincere la sua battaglia, se arrivasse finalmente a salvare l’anima umana, se un giorno nell’unità delle fedi, il primato dello spirito venisse da tutti ammesso come regola fondamentale di ogni società, la poesia avrebbe vinto la sua battaglia, e le difficoltà morali che hanno sempre tanto tragicamente diviso l”umanità,sarebbero finalmente sciolte.

G. Ungaretti

Da “Allegria” Commiato”- Locvizza- 2 ottobre 1916

Gentile

Ettore Serra

poesia/è il mondo,

l’umanità/la propria vita

fiorita dalla parola/la limpida meraviglia

di un delirante fermento.

Quando trovo

in questo mio silenzio

una parola

scavata è nella mia vita

come un abisso

Ancora “Da “Allegria” Italia”

Sono un poeta

un grido unanime

sono un grumo di sogni

Sono un frutto

d’innumerevoli contrasti di innesti

maturato in una serra.

Ma il tuo popolo è portato

dalla stessa terra

che mi porta

Italia.

E in questa uniforme

di tuo soldato

mi riposo

come fosse la culla

di mio padre.

Da “Il porto sepolto”

“Fratelli”-Mariano- 15 luglio 1916

Di che reggimento siete

fratelli?

Parola tremante

nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante

involontaria rivolta

presente alla sua fragilità

Fratelli

E. Montale

Da S. M. P. R- Il secondo mestiere- Prose e racconti con introduzione di M. Forti-Mondadori- Milano 1966

“Mi fa impressione che una sorta di millanerismo si accompagni a un sempre più diffuso confort, il fatto che il benessere (là dove esiste, cioè in limitati spazi della terra) abbia i lividi connotati della disperazione. Sotto lo sfondo così cupo della civiltà del benessere anche le arti tendono a confondersi, e smarrire la loro identità. Le comunicazioni di massa, la radio e soprattutto la televisione hanno tentato, non senza successo di annientare ogni possibilità di solitudine e riflessione”… … .. . … .. . …… … … …… … … … … … … … …… … … … …… … …… … …… … … …… … … ……… . …….. Il mondo è ancora in crescita, quale sarà il suo avvenire non può dirlo nessuno. Ma non è credibile che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per fatiscente non produca, per contraccolpo, una cultura che sia argine e riflessione. Possiamo collaborare tutti a questo futuro” (. pag. 3034)

E. Montale

” E’ ancora possibile la poesia?Sotto lo sfondo così cupo dell’attuale civiltà del benessere anche le atti tendono a confondersi, a smarrire la loro identità. Il tempo si fa più veloce, opere di pochi anni fa sembrano “datate” e il bisogno che l’artista ha di farsi ascoltare prima e poi diventa spasmodico dell’attuale, dell’immediato. [ ……. In tale passaggio di esibizionismo isterico quale può essere il posto della più discreta delle arti, la poesia? La poesia così detta lirica è opera, frutto di solitudine e di accumulazione… … … . .. … … … … ….. . … … … …… … …… . .. …… … .. . … ……………………Avevo pensato di dare al mio breve discorso questo titolo: potrà sopravvivere la poesia nell’universo delle comunicazioni di massa? E’ ciò che molti si chiedono, ma a ben riflettere la risposta non pub essere che affermativa. Se si intende per poesia la belletristíca (produzione letteraria dilettantesca, superficiale- dal francese belles lettres ) è chiaro che la produzione mondiale andrà crescendo a dismisura. Se invece ci riferiamo a quella che rifiuta con orrore il termine di produzione quella che sorge quasi per miracolo e sembra imbalsamare tutta un’epoca e una situazione linguistica e culturale, allora bisogna dire che non c’è morte possibile per la poesia

(.Dal discorso tenuto nel 1975 all’Accademia di Svezia durante la consegna del premio Nobel.)

E. Montale-

La lingua di Dio –

Da Diario del 71

Se dio è il linguaggio, l’Uno che ne creò tanti altri/

per poi confonderli

come faremo a interpellarlo e come

credere che ha parlato e parlerà

per sempre indecifrabile e questo è

/meglio che nulla. Certo

meglio che nulla siamo

noi fermi alle balbuzie. E guai se un giorno

le voci si sciogliessero. Il linguaggio

sia il nulla o non lo sia,

ha le sue astuzie

. Da Satura II-1968-

INCESPICARE

Incespicare,incepparsi

è necessario

per destare la lingua

dal suo torpore.

Ma la balbuzie non basta

e se anche fa meno rumore

è guasta lei pure .Così

bisogna rassegnarsi

a un mezzo parlare. Una volta

qualcuno parlò per intero

e fu incomprensibile.Certo

credeva di essere l’ultimo

parlante. Invece è accaduto

che tutti ancora parlano

e il mondo

da allora è muto.

LACAN

“I contenuti dell’inconscio nella loro deludente ambiguità non offrono nessuna realtà più consistente, nel soggetto che l’immediato……….Si tratta qui di quell’Essere che appare solo per il lampo di un istante, nel vuoto del verbo essere, e ho detto che pone la sua questione per il soggetto. Che vuol dire?…………………Ciò che pensa così al mio posto è un altro io?………..La sua presenza non può essere compresa che a un grado, secondo dell’alterità, che già lo situa in posizione di mediazione in rapporto al mio sdoppiamento da me stesso come da un simile.Se ho già detto che l’inconscio è il discorso dell’altro con l’A maiuscola, è per indicare l’aldilà in cui il riconoscimento del desiderio si lega al desiderio di riconoscimento.In altri termini questo altro è l’ Altro che è invocato e persino nella mia menzogna come garante della verità in cui sussiste.Nel che si osserva che è con l’apparizione del linguaggio che emerge la dimensione della verità”. ( Lacan- Scritti-Parigi 1966- pp.511 sgg.)

.Foucault

( Le parole e le cose -Un’archeologia delle scienze umane- Parigi 1966- pp.407-409)

“L’ analisi linguistica è più una percezione che una spiegazione; è in altre parole costitutiva del suo stesso soggetto. Inoltre, ecco che attraverso quest’emergere della struttura ( in quanto rapporto invariante in un insieme di elementi) il rapporto tra scienze umane e matematica viene di nuovo a schiudersi secondo una dimensione interamente nuova………………………….L’importanza della linguistica e della sua applicazione alla coscienza dell’uomo fa riapparire, nella sua insistenza enigmatica, il problema dell’essere nel linguaggio, il quale è legato, come abbiamo visto, al problema della cultura……..Attraverso un cammino assai lungo e imprevisto, siamo ricondotti nel posto indicato da Nietszche e da Mallarmè, allorché il primo aveva chiesto: “Chi parla?” e l’altro aveva veduto scintillare la risposta nella Parola stessa.

Heidegger

“L’ essere dunque , come che cos’è l’essere. esso è esso stesso…….L’Essere è ogni oltre essente ed è tuttavia all’uomo più vicino di ogni essente , sia questa una roccia , un animale, un’opera d’arte, una macchina, un angelo o Dio. L’essere è ciò che ci è più vicino………………………………………………Ma come si rapporta l’essere all’esistenza (se pure la domanda può essere posta in questi termini)? L’Essere, esso stesso è questo rapportarsi, in quanto esso tiene stretta a sé l’ex-sistenza nella sua essenza esistenziale, cioè statica e la raccoglie in sé come alla dimora della verità dell’essere in mezzo all’essente. Ma, poiché, l’uomo ex-sistendo viene a stabilirsi in questo rapporto, in cui l’Essere destina se stesso; mentre egli sostiene l’essere estaticamente, ossia lo prende nella sua cura, egli ignora soprattutto ciò che gli è più vicino e si attiene a quel che è di là da esso. Egli crede addirittura che quello sia il più vicino. Invece più vicino di ciò che ch’è più vicino, per il comune modo di pensare, e più lontano di quel che è più lontano, è la vicinanza stessa, ossia la verità dell’essere.Questa vicinanza si realizza essenzialmente come lo stesso linguaggio. Il linguaggio non è semplicemente quel linguaggio che noi, nel caso migliore ci rappresentiamo come l’unità di formazione si suoni ( o della parola scritta) melodia e ritmo, e significazione. Noi pensiamo quella formazione del suono e la sua immagine scritta come il corpo della parola, la melodia e il ritmo come la sua anima, e il corrispondente significato come lo spirito del linguaggio. pensiamo, così, il linguaggio abitualmente in corrispondenza all’essenza dell’uomo, in quanto viene rappresentato come animal rationale, ossia come l’unità di corpo-anima-spirito. Ma come nell’humanitas dell’ homo animalis resta occultata l’ex-sistenza e con questa il rapporto della della verità dell’essere all’uomo, così l’interpretazione metafisica del linguaggio nasconde l’essenza storica del suo essere, per la quale il linguaggio è la casa dell’Essere, fatta dall’Essere e di esso compenetrata. Onde la sua essenza deve essere pensata in corrispondenza all’Essere, ossia come questa corrispondenza stessa, cioè come la dimora dell’essenza umana.

da ( Heidegger- ” Che cos’è la mefisica” a cura di A. Carlini- Firenze- La Nuova Italia 1979 pp 103-106)

(Per maggiori chiarimenti sui principi fondamentali della filosofia del linguaggio si rimanda al testo “Verso l’ermeneutica”

Il binomio orazione-vita in M.Tullio Cicerone

Il binomio orazione-vita in Cicerone

Per comprendere il mondo ciceroniano  e la sua connotazione ora retorica,ora filosofica,ora  politica, dobbiamo ambientare l’autore nella temperie, in cui visse e della quale è stato al contempo animatore ed appassionato interprete.

La critica recente (Rostagni,Alfonsi) ha concepito nell’eclettismo ciceroniano un’unità di sentimento e di azione coincidenti con l’uomo Cicerone e con il Cicerone retore.

Invero nel Cicerone oratore possiamo notare tutta quanta la genesi e lo sviluppo della sua personalità in rapporto alla vita del suo tempo.

Cicerone nel  De Republica  aveva detto: Is enim fueram. Nec hoc nos patria genuit  aut  educavit.

Ciceronvive  la conflittualità del suo tempo e la ripropone nella sua coscienza di letterato e di filosofo.

La facultas dicendi  nel nostro autore compendia il suo modus sentiendi  nel vivere la storia del suo tempo e, per dirla alla maniera lucreziana, in hoc patrai tempore iniquo.

L’orazione in Cicerone nasce sì dalla realtà storica, ma al contempo si sostanzia delle forme più vitali della cultura dell’eclettismo imperante al tempo. L’eclettismo  nelle opere ciceroniane, oltre che in perfetta sincrasi tra cultura greca e cultura romana, rivive altresì attraverso la grande lezione  filosofica,additata da Panezio e Posidonio.

La grande tradizione  del pensiero filosofico-culturale del mondo greco, congiunto a quello romano,  induce il nostro autore  a guardare la realtà politica, non limitandosi a descriverne la contingenza,ma trasferendo la res huius temporis  in più ampio orizzonte comprendente  quei valori etici ed universali, che sono propri dell’eclettismo.

Nell’ evoluzione del pensiero filosofico di Cicerone, invero, coesiste la presenza di concezioni aristoteliche e platoniche, che vengono accolte e  rivisitate dall’eclettismo.(Protretticus- De Republica).

L’iter ideologico-culturale, che anima tutta quanta l’esistenza del nostro autore, non poteva non germinare il fulcro della sua ars oratoria.

Infatti gli stessi ideali, proposti nell’anima e nella mente di Cicerone dalla sua cultura filosodico-letteraria, si enucleano nella sua produzione oratoria oltre che nella substantia rei sive argumenti, anche nel modus dicendi,  nel numerus, nella concinnitas.  

E’,pertanto, alla luce dell’eminente personalità ciceroniana che possiamo comprendere i caratteri della sua ars oratoria.

Come nel Cicerone filosofo abbiamo la presenza di componenti della filosofia classica in una reductio ad unum adducente alla cultura dell’eclettismo ( si pensi alle opere De Republica e De legibus), parimenti anche nelle orazioni queste istanze sono il focus del suo argomentare.

Che prediligesse  l’oratoria alle armi lo afferma lo stesso Cicerone appena diciottenne “cedant  arma togae”.

Il conseguimento di tale principio  si era alimentato nell’oratore anche a seguito dell’esperienza dallo stesso vissuta durante il periodo della guerra sociale. L’ideale oratorio,inoltre, di Cicerone si allontana da quello enniano, che si limitava a quello del bonus orator  e si amplia di una significazione più complessa  in quanto l’arpinate predilige definire l’oratore:vir boni dicendi peritus.

Il che ci fa comprendere la cifra innovativa dello stile oratorio del nostro, che aveva frequentato  le personalità più rappresentative del tempo, quali  Licinio Crasso  e Q. Mario Scevola ,augure console nel 117 a.c, considerati i massimi iuris periti.

L’amicizia con Lelio, genero di Q.M.Scevola, la frequentazione del Circolo degli Scipioni inducono  Cicerone ad approfondire le meditazioni filosofiche.

Ne è exemplum  l’opera Sommnium Scipionis. E’da ricordare,inoltre,che il pensiero filosofico di Cicerone,congiunto all’estetica dell’ars oratoria si rifletterà in modo pregnante negli autori epigoni ed in particolare nell’opera del Petrarca  (Africa).

Lo stesso Cicerone nel De oratore ci dice che sente nelle orazioni l’esigenza di attingere a quell’intima filosofia, che è base del universale del diritto.

Il pensiero filosofico diventa,pertanto, nel nostro autore fondante della poiesi oratoria  in un perfetto sincretismo ideologico, in cui confluiscono con le componenti della cultura ellenica, gli ideali della grande Roma e l’esaltazione della res publica.

Così si esprime Cicerone  nell’Epistula ad Quintum:  Ai Greci dobbiamo tutte le arti liberali.

 L’eclettismo ciceroniano,però, non poteva limitarsi ad una contemplazione statica del passato.

 Nel nostro urgeva l’esigenza impellente di vivere intensamente il contingente,  in una reductio ad unum,  colla ricerca appassionata e costante di rinvenire nel reale storico i moniti e gli slanci spirituali del mondo ellenico,da far rivivere in perfetto equilibrio colle istanze, fortemente propugnate dallo stesso e finalizzate alla costituzione della res pubblica tutta intenta pro bono communi.  Il  connubio tra la cultura greca e quella romana influì decisamente nell’ars oratoria cicerioniana.

Ce lo attesta lo stesso autore nel De Officiis (1,1) : Sempre per conto mio congiunsi al Greco il Latino,né solo nella filosofia,ma anche nell’eloquenza.

Nell’oratoria,invero,Cicerone, come nel suo pensiero filosofico, mira ad unire elementi della cultura greca a quella latina in perfetta concomitanza con gli ideali promossi dal Circolo degli Scipioni.

Grande influenza ebbe,inoltre,per il nostro la lezione di Apollonio  Rodio.

 La scuola retorica di Apollonio Rodio, la cui corrente si ispirava ai principi dello stoicismo mediano e nuovo di Panezio e Posidonio ,nei termini stilistici seguiva la cifra  stilistica della subtilitas dicendi

Non fu per l’oratore neppure ignoto il grande ammaestramento di Platone..

Lo stesso Cicerone confessa nel De oratore (3,12) di essere venuto fuori non dalle fucine dei retori,ma dagli ambulacri dell’Accademia,in cui si impressero le orme di Platone

fateor me oratorem,si modo sim aut etiam quicumque sim,non ex rethorum officinis,sed ex Accademiae spatiis extetisse: illa enim sunt  cunicula  multicium variorumque   sermonum in quibus Platonis primum impressa sunt vestigia. Sed huius et aliorum philosophorum disputationibus et exagitatus maxime orator est et adiutus.Omnis enim ubertas et quasi silva dicendi ducta ab ilis est.

Il giovane Cicerone,durante il suo soggiorno a Rodi nel’78, non solo maturò la sua propensione per l’arte di una parola, atta a semantizzare  gli stilemi della cosiddetta eloquentia rodia,ma intese rinvenire nella parola stessa la substantia valoriale degli orizzonti filosofico-culturali, che gli venivano in larga misura propinati da Panezio.

Nella Rethorica ad Herennium ,pubblicata tra l’86 e l’82 a.Chr., si nota, proprio nel campo dell’oratoria,quel felice interscambio tra la  cultura letteraria latina e la filosofia greca, principio questo,peraltro,come abbiamo visto, ribadito nel De Officiis.

E’ opportuno ricordare  che negli anni, in cui Cicerone principia il suo noviziato oratorio, dominava nella retorica l’indirizzo asiano.

 Dice il Paratore: “Normalmente si suole parlare per l’età di Cicerone di tre indirizzi: l’asiano,l’atticista,il rodiese,il quale ultimo avrebbe costituito una via di mezzo fra gli altri due.

Cicerone rivendica l’autorevolezza della scuola rodiese con l’intento di magnificare anche il suo maestro Apollonio,da lui ascoltato prima a Roma e poi a Rodi

Il Paratore tuttavia non concorda sul principio della retorica rodiese, concepita come una via di mezzo tra l’oratoria degli asiani e quella degli atticisti.

Secondo il giudizio dello studioso i retori greci non avevano mai attribuito grande importanza alla scuola rodiese,né d’altra parte Apollonio Rodio e gli altri maestri  rodiesi potevano conoscere l’atticismo,che, secondo sempre la congetturazione critica del Paratore,non poteva coesistere coll’asianesimo, che era sorto a Roma ad opera dell’oratore Carisio,che si proponeva come imitatore di Lisia. Il termine asiaticus, che incontriamo nel Brutus e nell’Orator di Cicerone,fu coniato dagli autori atticisti,i quali rimproveravano ai fautori dell’opposto indirizzo di non voler seguire il purismo linguistico arcaicistico.

 In particolare confutavano il fatto che gli autori avevano contaminato la purezza del dialetto attico l’isxinotes tou logou di matrice lisiana con l’introduzione di termini ionici cioè”asiani”.

Nell’età ciceroniana  con Eschilo di Cnido ed Eschine di Mileto l’asianesimo  si orientò verso la scelta di vocaboli poetici prevalentemente ampollosi che favorivano anche un periodare più ampio e complesso.

Della corrente dell’asianesimo ,sorta a Roma, il più illustre rappresentante fu Q.Ortalo, che aveva iniziato la carriera forense nel ’95.

 Con Ortalo, rappresentante del partito oligarchico,si trovò a competere Cicerone nel periodo della dittatura di Silla e nel decennio post-silliano.

Ortalo è stato avversario di Cicerone nel processo di Quinzio e Roscio Amerino ed in quello ancora più rilevante contro Verre nonché sulla controversia riguardo della lex Manilia(legge promulgata dal tribuno C.Manilio e avversata da Ortalo, colla quale si legiferava che fosse dato a Pompeio un comando straordinario  per porre termine alla guerra mitridatica).

In seguito Ortalo si legò di salda amicizia  con Cicerone; fu al suo fianco nei processi di Murena,Rabirio,Silla,L.Flacco,Emilio Scauro.

Intensi,pertanto,furono i rapporti tra Ortalo e Cicerone anche per comunanza di intenti nell’ambito socio-.politico; tra i due,però, rimaneva un’incolmabile distanza nella tecnica dell’arte oratoria.

L’eloquenza gonfia ed ampollosa di Ortalo ormai cedeva il passo a quella più robusta ed euritmica di Cicerone.

Ortalo muore nel 50 a.Chr. e Cicerone ne lamentò la morte nel Brutus e gli dedicò il suo Protrettico alla filosofia: l’Ortensius.

L’entrata  di Cicerone nell’arringo forense avviene nel 61 con  l’orazione Pro Roscio Amerino.

Opina al riguardo il Rostagni:”In questa il giovane oratore difendeva non senza rischio un tale  Roscio diI Ameria accusato di parricidio da Crisogono favorito di Silla. Pur usando nello svolgimento della causa, nelle allusioni le dovute cautele,egli non manca di innalzare una sua nobile accorata protesta contro gli autori di quel tempo,che sembravano aver spento negli uomini ogni senso di umanità,e,che, di più avevano fatto avrebbero fatto sparire dal mondo ogni libertà.

Leggiamo nell’orazione

Vestrum nemo est quin intelligat popolum Romanum,qui quondam in hostes lemissimus extimabatur,hoc tempore domestica crudelitate laborare.Hanc tollite ex civitate iudices,hanc pati nolite diutius in hac republica versari:quare non modo id habet in se mali quod tot cives atrocissime sustulit, verum etiam hoc minibus lenissimis ademit misericordiam consuetudine incommodorum. Nam, cum omnibus horis aliquid atrociter fieri videmus aut audimus,etiam qui natura mitissimi sumus, assidui tate molestiarum sensum omnem humanitatis ex animis amittimus

( nessuno c’è di voi che non comprenda  come il popolo romano,ritenuto una volta mitissimo  verso i nemici, sia si giorni nostri malato d’una crudeltà quasi domestica. Questa, o giudici, espellete dalla  società,questa non lasciate che più imperversi nel nostro stato: poiché non solo ha in sé ciò di male, s’aver tolto di messo nel modo più atroce tanti cittadini,ma anche di aver soppresso nel cuori dei più miti la misericordia per via all’abitudine alle violenze.

Infatti,quando a tutte le ore noi vediamo o sentiamo avvenire qualcosa di atroce,anche se di matura siamo mitissimi,per la frequenza dei misfatti, nell’animo nostro perdiamo ogni senso di umanità.- trad. A.Rostagn)

Nell’orazione Pro Roscio Amerimo, pertanto,possiamo individuare tutti i germi della poliedrica species  culturale dell’autore,impegnato con vibrante forza etico-spirituale a leggere il reale storico, di cui è appassionato interprete e talora vittima.

Sentendo il bisogno di perfezionare le sue doti oratorie in seguito Cicerone si reca ad Atene e poi a Rodi, dove incontra Apollonio Rodio,forse anche per sfuggire alle’ira di Silla.

Da questo secondo noviziato si vuol far cominciare il processo di trasformazione dell’oratoria ciceroniana.

Nel 77 il nostro ritorna a Roma e sposa la ricca Terenzia.

L’anno successivo inizia per Cicerone l’avvio al cursus honorum  e viene eletto questore. Nel 75 partì per la Sicilia per la quale ricoprì la carica di questore dell’isola.

Nel 70 i Siculi, memori della grande opera svolta da Cicerone nella loro terra, gli affidarono il compito di intentare la causa di concussione e di mal governo contro Verre.

Per Cicerone fu un vero trionfo; dopo la prima veemente orazione(actio prima in Verrem) l’antagonista Q. Ortensio Ortalo rinunciò alla difesa.

         Il nostro,tuttavia, proseguì con l’actio secunda,che,suddivisa in cinque orazioni,denunciava il malgoverno di Verre;nel periodo,in cui era stato pretore urbano(de pretura urbana),in quello,nel quale  fungeva da giudice in Sicilia(de iurisdictione SIicilensi). Le altre orazioni  documentano le malefatte di Verre a proposito degli imbrogli sulle leggi frumentarie (de fumento)  ed un’altra (de signis) sulla depredazione degli oggetti artistici.

Quest’ultima orazione assume una particolare importanza in quanto ci fornisce preziose notizie relative ai tesori artistici esistenti  in quel tempo in Sicilia.

Conclude l’actio secunda l’orazione (de suppliciis) che riferisce della crudeltà delle pene iniquamente inflitte da Verre.

Il trionfo di Cicerone fu immenso;non solo  l’oratore antagonista rinunciò alla difesa,ma lo stesso Verre,prima ancora che venisse pronunciata l’indubitabile sentenza, preferì andare in volontario esilio. Le Verrine sono un exemplum non solo di eccellenza oratoria,ma al contempo rappresentano un documentum, in cui l’elocutio ciceroniana non  rimane fine a se stessa,ma si allarga a più ampi orizzonti culturali,nella lettura del contingente storico e nella proposizione dei rimedia, atti a promuovere quei fini universali,di cui l’eclettico oratore è strenuo propugnatore,pro bono patriae  et pro concordia civium.

La singolarità delle Verrine è tale che a tutt’oggi sono considerate attuali nel contenuto e propositive nel messaggio tramandato id et hic temporis.

Dice il Rostagni, riguardo alle orazioni,che avrebbero dovuto costituire l’actio secunda delle Verine:

“Le altre,che formano o avrebbero dovuto formare l’actio secunda furono pubblicate in seguito-piuttosto libri che orazioni- poiché Verre, sgominato, non attese che Cicerone esaurisse tutte le ragioni e le prove accumulate intorno alla sua attività criminosa, e se n’andò in volontario esilio: De pretura urbana , De iurisdicione Siciliensi,,De frumentis ,De signis, De suppliciis; le quali rispettivamente trattano,delle malefatte di Verre, quando era stato pretore urbano, com’è indicato dai titoli, del modo come aveva amministrato la  giustizia in Sicilia, delle ruberie che vi aveva esercitato di oggetti d’arte, delle pene e atti illegali inflitti ai cittadini rimani.

 In complesso le Verrine- oltre ad essere assai importanti come fonte della storia della Sicilia dell’amministrazione provinciale,ecc.- costituiscono un capolavoro oratorio per la serrata robustezza della dimostrazione , per lo zelo dei sentimenti e dei principi morali e sociali da cui l’autore appare animato.

 Infine esse  assurgono alla significazione di una generale requisitoria-molto opportuna in quel momento storico-contro il sistema delle malversazioni nelle provincie”.

Segue un periodo di intensa attività per il nostro e nel campo dell’oratoria ed in quello dell’attività politica. Nel 69,infatti,viene eletto console e nel 63 pretore.

In seguito Cicerone continua ad esercitare l’avvocatura ; fra le orazioni di quel periodo ci sono rimaste pro Fronteio, pro A.Cecina-

           Nel 68 inizia la corrispondenza con Tito  Pomponio,al quale era stato attribuito l’epiteto di Attico per il suo culto nei confronti  della civiltà filosofico-letteraria di Atene.

Il carteggio  fra Cicerone e Tito Pomponio fu scoperto  dal Petrarca nel 1345 in un codice veronese ora perduto, ma di cui si conserva una copia nel Laurenziano 49,18

Pomponio  Attico e Cicerone attingono entrambi alla cultura ellenica, ma la traducono nel loro vissuto in forme esistenziali diversificate.

     Pomponio accoglie la lezione epicurea,che ammonisce “vivi appartato” astenendosi  dagli affari e dalla vita pubblica.  

        Per Cicerone,invece,giusto il giudizio critico del Rostagni,”dottrina e conoscenza costituivano soltanto un mezzo allo scopo supremo del benessere sociale, per primeggiare,per integrare la propria personalità oratoria e politica, per rendersi utile allo Stato”.

Adduciamo a chiarimento di questo assunto un brano dell’Epistula ad Atticum(2,7),scritta nell’aprile del 59 a.C.,nel periodo del primo triumvirato costituito da Pompeio,Cesare,Crasso.

Neque ego inter me atque te quicquam interesse unquam duxi praeter voluntatem institutae vitae, quod me ambitio quaedam ad honorum studium,te autem minime reprehendenda ratio ad honestum studium duxit (1,17,5)

( Fra me e te non ho mai pensato che esistesse altra differenza fuor della vita prescelta; poiché una certa ambizione mi ha tratto a cercare gli onori, te altre idee,tutt’altroche riprovevoli ri hanno condotto ad una nobile forza di ozio-trad.A.Rostagni).

L’eclettismo culturale del nostro,invero,non solo configura il suo abito mentale,ma si traduce anche con vigoroso impeto morale in azione politica in tutto l’arco della sua vita.

Lo stesso Cicerone in una sua opera giovanile De invenzione puntualizza il binomio oratoria-politica, che perseguirà in tutto l’arco della sua vita.

Nel  De inventione  leggiamo:

Ac me quidem  diu cogitantem ratio ipsa in hanc potissimam sententiam ducit,ut exitimem sapientiam sine eloquentia parum prodesse civitatibus, eloquentiam vero sine sapientia nimium obesse plerumque,prodesse nunquam.Quare,si quis omissis rectissimis atque honestissimis studiis rationis et officii consumit omnem operam in exercitatione dicendi, is inutilis sibi,pernicosus patriae civis alitur ; aut vero ita se armat eloquentia, ut non oppugnare commoda patriae,sed pro his propugnare possit,is mihi vir et sui esset publicis rationibus utlissimus atque amicissimus civis fore videtur.

(Spesso io ho meco ragionato  se più bene o più male la facoltà di dire e il perfetto studio dell’eloquenza abbiano arrecato agli Stati. E  dopo lungo ragionare,la logica stessa mi conduce a questa conclusione:che la sapienza senza l’eloquenza poco giova agli Stati; l’eloquenza invece senza la sapienza nuoce per lo più moltissimo, non giova mai. Per cui, se uno,lasciati da parte gli studi veramente retti ed onesti della ragione e del dovere,consuma ogni sua attività nell’esercizio del dire, costui riesce inutile a sé e cittadino pernicioso alla patria ;invece  chi dell’eloquenza si arma così da potere non già contrastare,bensì difendere il bene della patria,questi,a mio avviso, sarà uomo e cittadino rispettivamente utilissimo e amantissimo degli interessi suoi e degli interessi pubblici- trad. A.Rostagni)    

Nel 63 Cicerone viene eletto console; scopre la congiura di Catilina.  Come opina il Rostagni “il consolato a cui  Cicerone giungeva  mediante l’appoggio degli ottimati in competizione col capo dei popolari Catilina , portò l’oratore nel centro  di una drammatica lotta , sino ad imporgli la grave responsabilità di soffocare  con provvedimenti eccezionali estremamente discussi, i tentativi di rivoluzione  democratica,che erano più o meno organizzati dallo stesso Catilina.”

Qousque tandem abutere Catilina patientia nostra?quandiu etiam furor iste tuus nos eludet?quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?.

Questa è la prima delle quattro orazioni pronunciate da Cicerone adversus Catilinam.

 Con la forza della sua parola Cicerone debellò la congiura e pertanto meritatamente gli fu attribuito l’appellativo pater patriae.

Ma la patria si mostrò immemore dei grandi meriti di Cicerone. Infatti, dopo la costituzione del primo triumvirato,nel 58, composto da Pompeo, Cesare e Crasso, il tribuno della plebe Clodio(forse il più acerrimo nemico di Cicerone) fece approvare una legge,in virtù della quale era condannato chiunque avesse condannato a morte cittadini romani senza regolare processo e senza possibilità di appello da parte del popolo.

 La legge,invero, non poteva riguardare se non Cicerone,il quale aveva fatto condannare a morte Catilina senza seguire tutte quante le procedure giuridiche regolamentari.

 Conseguentemente l’oratore si recò volontariamente in esilio.

Nel 57 Pompeo,che nel frattempo si era accostato al partito senatorio,richiama Cicerone dall’esilio.

Seguono i celebri discorsi ciceroniani Post  reditum (In senatu et ad Quirites),

L’oratore riesce a farsi ricostruire la casa, che il tribuno Clodio aveva fatto distruggere e ad appropriarsi dei propri beni e dei propri diritti

. Si ricordino al riguardo le orazioni De domo sua ad pontifices e De haurispicum responso.

Nel 56 Cicerone con l’orazione De Provinciis consularibus  si accosta a Cesare, del quale perora la legittimità della conferma del governo della Gallia in antitesi agli oppositori del grande condottiero.

Nel 52 il nostro pronuncia la Pro Milone. Appassionata è la difesa che Cicerone fa di Milone, uccisore di Clodio.

Doveva essere il momento della rivincita di Cicerone nei confronti del suo perfido nemico, ma quando Cicerone pronunciò la sua orazione, in senato avvennero tumulti.

 I seguaci  di Clodio  reclamavano a viva voce la condanna di Milone e gli stessi pompeiani, intervenuti per placare la sedizione, causarono morti e feriti.

 Questo era il clima politico di quel tempo e lo stesso Cicerone, a causa degli arroventati sconvolgimenti occorsi in aula senatoriale,non riuscì a pronunciare il discorso con la sua solita abilità.

Tuttavia è stato,in virtù dell’oratoria ciceriona che a Milone fu inflitta la pena minore e cioè la via dell’esilio.

Ma se il discorso parlato della Pro Milone poteva presentare qualche imperfezione anche per le interruzioni violente, cui l’oratore è stato sottoposto, il discorso scritto, che noi leggiamo, è da ritenersi un vero capolavoro, considerato da alcuni studiosi la regina orationum.

Ce lo attesta lo stesso Milone,che esule a Marsiglia,dopo aver letto  l’orazione, scritta a suo favore, si dice esclamasse:”O Cicerone,se così tu avessi parlato, io ora non mangerei tali triglie a Marsiglia” (cioè sarei rimasto a Roma e non avrei potuto gustare tali prelibatezze sia pure in esilio).       Commenta al riguardo Augusto Serafini:”Una battuta di spirito evidentemente,che dà l’idea della bellezza e della forza dell’orazione”.

L’anno successivo nel 51 il nostro fu nominato governatore della Cicilia

In tale circostanza Cicerone mise in luce le sue doti di onesto ed illuminato amministratore e tradusse in fatti uno degli assiomi fondamentali del suo discorso di intellettuale impegnato nella politica : la coniugazione di utile cum honesto.

Dopo un onorevole proconsolato in Cicilia, che gli valse anche il titolo di imperator,in seguito ad un successo militare nei confronti  di una popolazione ribelle di Pindenisso,nel 50 ritorna a Roma e tenta di riconciliare Cesare a Pompeo.

La sua era l’intenzione di un intellettuale onesto pro bono civium et patriae, che non ebbe,però,gli effetti sperati.

 Indi si reca a Durazzo presso Pompeo,

A seguito della battaglia di Farsalo,che segna la disfatta di Pompeo,.andò a Brindisi,dove nel settembre del 47 incontrò Cesare.

Inizia,allora,il cosiddetto periodo dell’orazione cesariana di Cicerone.

Nell’ arco di tempo tra il 46 e il 45 scrive le orazioni  Pro Marcello,Pro Ligario, Pro rege Deoitario.

Queste orazioni avevano un carattere encomiastico riferito alla clementia operata da Cesare nei confronti dei suoi più fieri oppositori.

Ma la cruenta e convulsa storia di quel periodo doveva apportare un altro tragico e memorabile evento: le idi di marzo del 44, che datano l’assassinio di Cesare ad opera di una congiura,cui non era estraneo neanche il di lui figlio adottivo Bruto.

La scomparsa di Cesare propina ad Antonio,che peraltro si appoggiava all’Oriente e a Cleopatra, un potere egemonico assoluto di tipo dittatoriale.

Cicerone di conseguenza non esitò a considerare Antonio come il vero traditore della patria.

Fra l’autunno del 44 e la primavera del 33 Cicerone scaglia contro Antonio le quattordici violentissime Orationes Philippicae,intitolate propriamente In Marcum Antonium oratationes XIV.

Cicerone volle denominare queste orazioni Filippiche  in ossequio a quelle pronunciate da Demostene contro Filippo il Macedone per la causa della libertà degli  Ateniesi. Il nostro sentì che ora la sua oratoria poteva accostarsi a quella di Demostene, che aveva eletto come modello di quell’ars dictandi, che congiungeva con l’humanitas  la virtus  nell’actio politica.

Acutamente in proposito opina M.Pohlenz-(M.Pohelnz-La Stoa,Firenze,La Nuova Italia,1967,pag.567)

“Per  Cicerone l’humanitas appartiene alla vita privata, del singolo,la virtus il vero romano la manifesta come vir, al servizio dello stato, della res publica”.

Aggiunge ancora il Pohlenz : “Solo fondendosi esse (humaitas e virtus) danno,nella sua pienezza, il modello del nuovo romano”.

Che tutta quanta la vita di Cicerone fosse protesa a far sì che l’humanitas si inverasse nel tessuto politico, nel quale il nostro si sentiva impegnato totalmente, è anche la tesi del filologo  Giovanni Viansino ( Giovanni Viansino- Introduzione allo studio critico della Letteratura  Latina- Libreria Internazionale editrice-Salerno-1970-pag. 177), che dice:

“Che per Cicerone in effetti l’actio fosse più importante della cognitio,lo dimostra il fatto che quando gli fu possibile, si dedicò completamente alla politica,conservando per la filosofia un interesse solo marginale e psicagogico, e questa invero ritorna con impegno quando dolori personali e difficoltà lo tengono lontano dalla scena del potere”.

Appare indi evidente che nell’actio politica il nostro abbia compendiato non solo tutte le sue risorse di filosofo e letterato, ma che abbia soprattutto fatto emergere la sua connotazione di vir, del tutto dedito pro bono  rei publicae atque civiium.

Che l’essenza dell’eclettismo ciceroniano concili teoresi e vita attiva nell’ottica concettuale dell’homo novus, inteso anche come probus vir, e di cui il nostro è exemplum, attraverso i suoi scritti e soprattutto nel suo agire politico,ci appare pertanto un dato inconfutabile.

E’ l’uomo sempre che agisce in Cicerone sia nell’ambito  speculativo che in quello politico.

Si può a buon diritto,allora,parlando di Cicerone di un perfetto binomio orazione-vita.

Il che viene autorevolmente suffragato dalla tesi dello studios K.Kumaineicki (K.Kuamainecki- Cicerone e la crisi della repubblica romana,Roma,Centri di studi ciceroniani-pag.19) :

“Nella lotta contro Antonio fu  lui “ l’uomo di Arpino” e non un membro della aristocrazia romana del sangue, a muoversi alla testa dello schieramento che difendeva l’aristocrazia dei nobili.

A Cicerone in quei momenti critici,sembrava di aver un grande compito da svolgere e che non gli fosse lecito ritirarsi dalla vita politica .Gli esempi  tratti dalla storia,le figure di Catone e degli Scipioni vivevano nella sua viva immaginazione. La sua concezione letteraria,,idealizzatrice della storia e degli ideali dei nobili,nonché la sua propria funzione,si incrociava con la valutazione realistica degli avvenimenti e degli uomini contemporanei”.

Il vir peritus boni dicendi pagherà con la sua stessa vita la sua incisiva e commossa actio nell’agone politico. La sua vita,infatti,analogamente  quella del suo maestro ideale Demostene,(proscritto a suo tempo e braccato nell’isola di Calura,dai soldati di Antipatro),si concluderà tragicamente.

Formatosi il secondo triumvirato (M.Antonio,Ottaviano e Lepido) Cicerone è iscritto nelle liste di proscrizione. I sicari di Antonio lo raggiungono presso la sua villa di Formia e lo uccidono il 7 dicembre del 41 a.C. Pochi giorni dopo fu ucciso anche il di lui amatissimo  fratello Quinto.